ECONOMEDIA  
Economic Analysis and Communication Institute
Ultimissime: 

Lavoro

Cerca nelle News



Vero e falso Made in Italy : due realtà che convivono (Anna Ricciardi)

1 italiano su 5 ammette di acquistare “tarocchi”. Le aziende come reagiscono?

La dicitura “Made in Italy” è da sempre sinonimo di qualità, eccellenza, garanzia e funzionalità. Gusto e tecnologia, auto e fiori, moda, domotica e grandi vini caratterizzano il capitalismo italiano che si fonda su aziende di varie dimensioni.
Molte di esse hanno alla base esperienze secolari dalle solide radici come ad esempio l’azienda vinicola di proprietà della famiglia Antinori,che dal 1895, si occupa di produzione del vino con più di 18 tipi differenti o ancora l’azienda Armani, che conosce nel tempo una crescita esponenziale tant’è vero che si dirà “ farà della giacca quello che gli altri hanno fatto con l’architettura”. Il successo del “made in Italy”sta proprio nella scelta maniacale del materiale, cosa che coinvolgerà anche le aziende Versace, Salvatore Ferragamo, Diesel, Krizia, Laura Biagiotti. Numeri uno a livello mondiale anche per la produzione di gioielli, come quelli prodotti da Buccellati o ancora per la precisione nella progettazione e realizzazione di sistemi frenanti per prestigiosi costruttori di veicoli. Tanti elementi positivi e redditizi che rischiano però, adesso più che mai,di essere soppiantati da competitor emergenti.
Se fino all’Ottocento la produzione di falsi era per lo più a carattere artigianale, esistevano pochi ma abili falsari specializzati maggiormente nelle banconote e nell’arte, oggi i falsi rappresentano quasi l’8% del commercio mondiale, apportando ingenti difficoltà alle imprese produttrici innanzitutto alterandone il buon funzionamento innovativo e occupazionale (con una perdita di posti di lavoro pari a 250 mila negli ultimi decenni a livello mondiale, di cui 100 mila solamente nell’Unione Europea), ed inoltre contribuendo a nuocere gravemente alla salute dei “forse” sprovveduti compratori per l’acquisto di prodotti non a norma di legge generando perdite nelle entrate fiscali dello Stato. Addirittura negli ultimi 12 anni l’aumento mondiale dei “falsi”è stato del 1850%. Negli Stati Uniti il formaggio italiano è super imitato, quasi al 90%, seguono il prosciutto di Parma e quello San Daniele, l’olio extra vergine di oliva aspramente sottoposto a sofisticazioni alimentari, la Mozzarella di Bufala e l’Asiago,”tarocchi” anche gorgonzola, pomodori San Marzano,coltivati in California,articoli sanitari per sale operatorie così come medicinali. Da notare la produzione di falso viagra, aumentata di ben 9 volte rispetto al 2002. Questo accade perché il “made in Italy” si ritrova a scontrarsi con concorrenza di prodotti a basso prezzo, delocalizzazione in aree a basso costo di manodopera e copiatura di brevetti e marchi. L’attività di imitazione è dunque cosa illecita. Colui che la pratica ne trae profitto a spese dei creatori,dei produttori e delle stesse amministrazioni. Si evidenziano cali di profitto a livello mondiale esorbitanti: 1266 milioni di euro nel settore dell’abbigliamento e delle calzature, 555 milioni di euro nel settore di profumi e cosmetici, 627 milioni in quello dei giocattoli e degli articoli sportivi ed altresì 292 milioni di euro nel settore di prodotti farmaceutici. Proprio l’alta qualità del falso rende difficile l’individuazione senza un’accurata perizia tecnica, basti pensare al settore dell’occhialeria dove il fenomeno dell’imitazione ha causato perdite superiori al 20% del mercato, con un calo di fatturato pari a circa 75 milioni di euro. Imitazioni, in molti casi, provenienti da Cina (45%), Hong long (37%), Thailandia, ed ancora bacino del Mediterraneo con in lista Spagna, Marocco, Turchia e soprattutto Italia che si qualifica maggiormente nell’assemblaggio degli articoli.
Un italiano su cinque ammette di comprare prodotti “taroccati”. Ma le aziende interessate come reagiscono? Ebbene mentre il 34% ritiene di mantenere intatta la propria produzione senza l’apporto di modifiche imprenditoriali, il 31% è predisposto ad indirizzarsi verso la diversificazione, il 15% opta invece per una ricerca di nuovi mercati mentre il restante 8% circa intende diminuire la produzione. Forse oggi il vero Made in Italy non basta più a reggere l’economia dell’intero paese, non costituisce più una sorta di rendita. L’Italia deve essere in grado di “risollevarsi”ed effettuare seri investimenti, adeguati alle feroci condizioni della concorrenza internazionale.
Per salvare il Made in Italy bisognerebbe attuare una preventiva politica di security per poter provare in caso di falsificazioni l’autenticità del proprio prodotto. Per tutelare l’originalità di quest’ultimo, molti settori si sono serviti di “tecnologie nascoste”, come nel campo dell’ottica dove sono stati inventati particolarissimi strumenti che coinvolgono l’uso della luce e delle sue proprietà, un esempio ne è l’ologramma, oppure, nel campo chimico le tecnologie anti – falso comprendono inchiostri termocromatici e fotocromatici adoperati in primis nelle industrie farmaceutiche e in quelle di profumi per definire la fondatezza della merce. Purtroppo però l’industria del falso non conosce frontiere, tutto oggi viene imitato, copiato, realizzato senza alcun minima norma di sicurezza, senza la benché minima idea dei sapori, dei colori, degli odori e dei tessuti che da sempre differenziano ed accrescono la nobiltà nostro territorio. Occorre “mano ferma” da parte delle istituzioni competenti, occorre fantasia, innovazione, costanza nel trasmettere e tramandare le tradizioni. Occorre che i cittadini rinneghino le copie dei nostri prodotti tipici, perché chi acquista falsi lentamente rischia di contraffare anche se stesso.
In primis sempre e solo una parola d’ordine : qualità.

Anna Ricciardi - Economics
© Copyright 1995-2009 EconoMedia - Economic Analysis and Communication Institute