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Sanità uguale per tutti col federalismo? (Anna Ricciardi)

La sanità è stata e sarà il banco di prova del federalismo. A partire dalla legge di riforma costituzionale varata nel 2001, le regioni hanno assunto competenza primaria ed autonomia legislativa quasi completa in materia di organizzazione. Si chiede alle regioni meno efficienti di adeguarsi ai costi di quelle funzionanti per abbattere i debiti di cui alcune di esse soffrono. Tutto ciò, però, sembra segnato da una logica contingente dal momento che si cerca di tamponare bilanci completamente negativi ancor prima di dedicarsi all’organizzazione e alla programmazione del servizio sanitario. Con la mancanza di una governante nazionale e l’abolizione del Ministero della Salute, risulta essere alquanto differenziato il panorama regionale dei giorni nostri. Ai costi storici vengono sostituiti spese standard identiche per tutti, in modo tale che una prestazione sanitaria, quale una tac o una risonanza magnetica, costino allo stesso modo sia a Trieste che a Palermo. Ecco, per reazione, aumentare la differenza sulle prestazioni sanitarie tra una regione e l’altra dal momento che a parità di entrate, quelle che risultano con un disavanzo nella sanità possono spendere meno di altre per i servizi, a discapito ovviamente del paziente.
Dunque tutte quelle regioni che portano avanti un conto in rosso proveranno difficilmente a risanarlo non potendo aumentare il costo delle prestazioni. In Italia risultano essere almeno tre i modelli regionali di organizzazione: il primo tipo definito “a concorrenza passiva”, si caratterizza per numero di prestazioni non stabilite, ma ad esito aperto; il secondo modello, detto “a quote prefissate”, risulta presente in molte regioni del Nord che hanno attuato un metodo di concentrazione grazie ad una forte capacità di indirizzo e controllo sul sistema sanitario; mentre nell’ultimo tipo ,“a concorrenza e conguaglio”,è la stessa regione a stabilire ad inizio anno un tetto globale di spese per il settore ospedaliero. Non a caso i Lea ( livelli essenziali di assistenza) sono il contenuto necessario e sufficiente del patto di cittadinanza che conferisce a tutti identici diritti sulla salute, a prescindere dal tipo di organizzazione sanitaria preposta.
In generale ciascuna regione avrà il compito di stabilire convenzioni per l’acquisto di beni e servizi, fornire le prestazioni comprese nei Lea con conseguente controllo della domanda con applicazione di misure fiscali aggiuntive mentre risulta essere compito determinante del governo la definizione di meccanismi di contenimento della spesa, di monitoraggio delle prescrizioni, ridefinizione di regole circa i posti letto ospedalieri ed in più il contenimento delle spese farmaceutiche. Le diversità tra le varie regioni rispecchiano le differenze nella struttura demografica della popolazione con un Sud il cui tasso di disoccupazione risulta estremamente maggiore. Infinite sono le problematiche che toccano tale amplio argomento. Innumerevoli le fughe dal Sud verso le regioni della speranza e della cura operative al Nord. Cattiva gestione delle risorse a disposizione, pagamenti non sempre corretti, scadenze non rispettate, niente buste paghe per mesi ed ancora stipendi gonfiati da ore di straordinari mai realmente effettuati con punte di circa 200 ore al mese!
A pagarne le conseguenze sono sempre ,come già detto, i cittadini, i quali si ritrovano con servizi sempre inferiori : maggiori costi, senza benefici.
Dunque l’attuazione del federalismo in questo senso non darà un contributo positivo alla situazione, senza contare l’alto tasso di precariato.
Insomma, in Campania, l’argomento sanità resta davvero un tema rovente.

Anna Ricciardi - Economics
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