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Cresce lavoro a chiamata, ma il Sud ha la voce bassa (Antonio Ferrentino)

Per Istat è in aumento nel Paese, ma non a Sud dove resistono pregiudizi e sommerso

Anche in tempo di crisi, c’è un lavoro che "chiama". Analizzando il rapporto dell’Istat sull’utilizzo del lavoro a chiamata, sembra essere proprio così. E suona strano. Perché quando si parla di lavoro, siamo abituati a tutt’altra musica. Con note, di solito dolenti. Ma di cosa si tratta? Cos’è il lavoro a chiamata, conosciuto anche come "job on call" o lavoro intermittente? E’ una figura contrattuale introdotta con la Legge Biagi, che permette ad un lavoratore di porsi a disposizione di un datore di lavoro per lo svolgimento di una prestazione di lavoro "su chiamata". Ebbene, secondo i dati diffusi dall’Istat, nel 2009 si è registrato un aumento del 75% rispetto al 2007 nell’utilizzo delle posizioni lavorative medie dei dipendenti a chiamata. Infatti, si è passati da 63.430 a 111.068 occupati. Negli anni 2007-2009, i settori in cui si è concentrato il maggiore utilizzo sono: quello alberghiero e della ristorazione (media del 60%), quello dell’istruzione, sanità e servizi sociali e personali (media del 12%) e quello del commercio (media del 10%). Insomma, uno strumento che si muove nel segno della flessibilità. D’altro canto, non può che essere così. In quanto una flessibilità corretta e ben regolamentata, non può che portare benefici alla complessa struttura del mondo lavorativo. Aiutando chi per la prima volta prova ad affacciarsi nel mondo del lavoro. Oppure chi trova difficoltà nel reinserimento. Infatti, tale contratto può essere applicato a soggetti con meno di 25 anni o a lavoratori con più di 45 anni di età. Inoltre, l’accettazione della chiamata da parte del lavoratore ha un carattere non obbligatorio. A meno che egli non si sia impegnato a rispondere positivamente. Quindi, uno strumento che si presta ad un utilizzo molto pratico. Un buon modo per trovare il punto d’incontro tra le esigenze del lavoratore e del datore di lavoro. Anche per queste ragioni, è possibile che il job on call possa essere sia a tempo indeterminato che a tempo determinato. Con una leggera prevalenza del ricorso ai contratti non a termine, tanto da far registrare nel 2008 un 65 per cento rispetto alla quota totale dei contratti sottoscritti.
La qualifica più gettonata nell’utilizzo del contratto di lavoro intermittente è quella operaia. Si stima un 90 per cento del totale, mentre il settore alberghiero e della ristorazione tocca addirittura quota 98 per cento. I lavoratori inquadrati come impiegati, invece, costituiscono una quota significativa solo nel commercio (30 per cento nel 2009).
Però, se analizziamo l’andamento per regione, è possibile cogliere delle differenze sostanziali. La più virtuosa è il Veneto, che negli ultimi tre anni ha fatto registrare quote attorno al 20 per cento. Bandiera nera di questa classifica, il Molise: un misero 0,1 per cento nel 2009, pari ad un valore assoluto di 115 contratti stipulati. Semplificando e analizzando i dati per macro-aree, viene fuori che per l’anno 2009 il Nord-est ha fatto registrare una concentrazione di lavoratori ad intermittenza pari al 40.7 per cento, il Nord-ovest 26.2 per cento, il Centro 21.4 per cento, il sud 9.4 per cento, le isole 2.3 per cento. Differenze non trascurabili. Che, al contempo, riflettono in maniera lampante quelle che sono le diverse realtà del nostro Paese. Noi che siamo nati e cresciuti al sud, sappiamo bene quali difficoltà ci troviamo di fronte. E le ripercussioni che si riflettono nel mercato del lavoro, sono uno specchio della società circostante. Un mercato contratto in entrata. Che lascia pochi margini e spazi per muoversi. Per ovviare a queste situazioni, è stato concepito il lavoro a chiamata. A quanto pare, però, allo stato attuale delle cose, gli imprenditori del sud non hanno voluto ancora cogliere a pieno questa opportunità. Certo, se regioni come Molise, Calabria, Basilicata e Sardegna hanno un utilizzo quasi nullo di questi strumenti e altre regioni come Campania, Sicilia e Abruzzo ne fanno ricorso a scartamento ridotto, forse c’è la volontà di mantenere in vita certe dinamiche. A salvarsi, è solo la Puglia: 4.6 per cento nel 2009. Ovviamente, non è nostra intenzione ergere questi parametri a indicatori assoluti del mercato del lavoro. Piuttosto, sono lo spunto per capire in che direzione gira la ruota. Tutto qui. A onor del vero, ci sono anche alcune regioni del centro e del nord in cui si registra uno scarso utilizzo del lavoro a chiamata. E’ il caso della Valle D’Aosta, del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia, dell’Umbria e del Lazio. Ma in nessun caso si raggiungono le percentuali negative del sud.
Questo è strano. E deve far riflettere. Perché i principali settori in cui si utilizza il job on call sono quelli della ristorazione e dell’alberghiero. Comparti traino, che favoriscono lo sviluppo turistico. E noi sappiamo bene quanto il sud abbia fatto leva sulla propria vocazione turistica. Eppure, nonostante ci siano molti giovani che da stagionali si impegnino in queste attività, i dati continuano a mantenersi piuttosto bassi. Magari, pagare circa 10 euro all’ora (a tanto ammonta la retribuzione oraria lorda/media dei dipendenti a chiamata, per settore di attività economica) per qualche operatore del settore può sembrare una cifra esosa. Mentre è noto, che c’è chi lavora a compensi molto più a buon mercato. Forse, c’è un sommerso da recuperare. Perché fin quando ci sarà il lavoro nero, i diritti dei lavoratori non saranno mai rispettati. E’ inutile negarlo. Lo sfruttamento c’è ancora, esiste e si fa sentire. Ma può essere combattuto. Anzi, deve essere combattuto. Gli strumenti per farlo ci sono. Imprenditori e organi preposti al controllo hanno un obbligo morale, soprattutto verso i giovani. Il lavoro va riportato dentro i binari della legalità. Questa è la migliore soluzione possibile.

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