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I giovani ed il loro futuro: più realismo, meno politica (Antonio Ferrentino)

I giovani ed il loro futuro: più realismo, meno politica

Poco interessato alla politica, ottimista sulla possibilità di un futuro migliore, moderato nello spirito d’indipendenza.
E’ l’identikit del giovane italiano tracciato da uno studio condotto per conto dei giovani imprenditori della Confcommercio. L’indagine ha preso in considerazione un campione di 1.200 persone di età compresa tra i 19 ed i 39 anni. Occupati, disoccupati, inoccupati e studenti. Trattandosi di un sondaggio, i suoi risultati non vanno assolutizzati, poiché non siamo di fronte a dati inconfutabili, quanto piuttosto ad uno studio indicativo dell’opinione di persone. Quindi, a seconda delle risposte, più o meno attendibile. A stupire, comunque, è il grado di fiducia che i giovani sembrano riporre nell’immediato futuro: quasi il 60 per cento di essi crede che entro i trent’anni vedrà aumentate le proprie possibilità di guadagno e il proprio status sociale. Sorprende ancor di più che il 33 per cento dei giovani sia convinto che i propri figli avranno un futuro migliore del loro. Anzi, a pensarci meglio, quest’atteggiamento è molto più realistico: frutto della consapevolezza dei tempi che corrono, accompagnata da un pizzico di rassegnazione, sta maturando la convinzione che lavorare sodo, se non porterà benefici per se stessi, almeno lo farà per quelli che verranno dopo. In verità, la speranza (fondata) che i figli possano vivere meglio dei propri genitori fa da benvenuto ogniqualvolta si passi da una generazione all’altra. Anche se è vero che dal secondo dopoguerra in avanti, questa sembra essere la prima generazione di figli che in prospettiva sta peggio dei propri genitori. E non per la indisponibilità di beni materiali. Semmai è il contrario, visto che il contesto di opulenza è sotto gli occhi di tutti . Infatti, secondo l’indagine di Confcommercio, 3 giovani su 10 si sono dichiarati molto soddisfatti del proprio tenore di vita, circa 6 su 10 sono soddisfatti, mentre poco più di 1 su 10 si ritiene non soddisfatto. Più che altro, è rimarchevole il fatto che le generazioni precedenti a quella attuale riuscivano a raggiungere l’affermazione sociale (sia per il lavoro che per la creazione di un proprio nucleo familiare) ad un’età mediamente più bassa di quanto non accada oggi.
Tornando al sondaggio, interessante il fatto che coloro che si dichiarano soddisfatti dell’attuale tenore di vita svolgono una professione autonoma (liberi professionisti ed imprenditori), risiedono nelle regioni del Nord-Est e del Nord-Ovest, mentre centro Italia, Sud/isole e grandi aree metropolitane manifestano la propria insoddisfazione. Segnali,questi, di una divisione tra Nord e Sud e del tramonto di un mito, quella del posto fisso. Forse, rispetto al passato, si registra un’inversione di tendenza per quanto concerne i fattori ai quali i giovani attribuiscono maggiore importanza per svolgere il lavoro cui si è interessati. Nell’ordine: proprie doti personali di forza , carattere e determinazione (73.4 %), proprie abilità e competenze tecniche professionali (71.5 %) e proprie doti umane in termini di creatività e scaltrezza (67.6 %). Ciò si riflette anche nella fiducia che i giovani attribuiscono alla politica riguardo la capacità (presunta) che essa ha di influire concretamente sulla possibilità di accedere al lavoro o comunque alla professione di proprio interesse. Ebbene, se un tempo si faceva molto più affidamento al santo cui votarsi, i giovani di oggi sembrano puntare di più sulle relazioni e le conoscenze personali della propria famiglia e sulla scuola e l’università. Solo il 16 % degli intervistati crede che la politica e i politici possano essere d’aiuto. Emerge, pertanto, una sostanziale sfiducia nei confronti della classe politica. D’altro canto, le strade dei giovani e della politica si incrociano meno frequentemente, se è vero che circa il 60 per cento degli intervistati afferma di parlarne e discuterne raramente: da qualche volta in un mese per arrivare fino alla totale assenza di interesse. Secondo queste stime, poco più di un giovane su dieci rivolge la propria attenzione verso gli accadimenti politici: in prevalenza si tratta di giovani con un titolo di studio medio/alto, residenti nelle regioni del centro e del Sud e che svolgono lavoro autonomo, dediti soprattutto all’imprenditoria. Una spiegazione può essere che i giovani imprenditori, rispetto ai lavoratori dipendenti, hanno più tempo libero da dedicare ad attività collaterali come quella politica, ma bisogna segnalare come anche essi sperano assai poco nella capacità della politica di risolvere realmente i problemi.
Rispetto poi all’eventualità di uscire di casa ed andare a vivere per conto proprio, stupisce come quasi 5 giovani su 10 credono di poterlo fare entro i 30 anni e solo 1 su 10 pensa di farlo più avanti nel tempo. Ci si sorprende non perché questo non sia normale. Anzi, tutt’altro. Il fatto è che, ottenendo difficilmente un’occupazione stabile prima dei trent’anni, tale eventualità appare non semplice da realizzarsi, perlomeno secondo questi tempi. La volontà c’è, il problema è metterla in pratica. Malgrado chi, questi giovani continua a chiamarli "bamboccioni".

Antonio Ferrentino - ECONOMICS
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