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Rete Imprese Italia. Come far crescere il Paese (Antonio Ferrentino)

Le associazioni di piccole e medie imprese – Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato, Cna e Casartigiani – riunite sotto la sigla confederale "Rete Imprese Italia", hanno elaborato l’interessante documento «Ripensare alla crescita del Paese: strategie e scelte di medio termine», da cui emerge la strada comune che le nostre Pmi hanno deciso di intraprendere, manifestando unità di idee e di intenti. Fatto importante, questo: in Italia si contano oltre 4 milioni di Pmi, e circa l’80 per cento degli addetti del secondo settore vi è impegnato.
A detta della confederazione, urge un serio "Progetto Paese", capace di rinsaldare innovazione, concorrenza, qualità, conoscenza e legalità, di favorire una nuova concezione del lavoro: quello, cioè, che consenta di realizzare le proprie passioni, fatto di competenze e di capacità individuali, e che contempli una società fondata sul merito, a partire dalla formazione scolastica. Perché si traduca in realtà, non si può prescindere da un modello di impresa diffusa, quello di piccole dimensioni, inserito in una filiera, in cui divisione del sapere, dell’investimento e del rischio, si accompagnano all’utilizzo del territorio come fonte di conoscenza, di lavoro qualificato, di servizi imprenditoriali e di capitale sociale. E per voce di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio e attuale guida di Rete Imprese Italia, la coesione tra le parti sociali è fondamentale, in quanto «il modello di relazioni sindacali compiutamente collaborativi deve essere davvero funzionale al perseguimento di maggiore produttività e così al miglioramento della dinamica salariale».
Vengono individuate, poi, nove linee d’intervento necessarie per la crescita. Nello specifico, si parla di una buona politica fiscale, in cui la pressione fiscale venga accompagnata da una riduzione della spesa pubblica. Ciò non vuol dire che i servizi debbano essere più scadenti, ma è necessario evitare che aumenti di spesa corrente facciano destinare minori risorse per lo sviluppo. Vengono suggerite, perciò, alcune misure da adottare: semplificazione degli adempimenti fiscali; minore tassazione per la produzione rispetto al capitale (oggi accade l’esatto contrario); lotta al lavoro irregolare ed alle economie sommerse (al sud in particolare); rapporto contribuente/amministrazione finanziaria fondato su di una fiducia maggiore, che scoraggi il primo dalla tentazione – trasversale all’intero territorio nazionale – di evadere; premio ai virtuosi, ad esempio, per i lavoratori dipendenti, con un’aliquota fiscale ridotta le voci legata ad incrementi di produttività; invece, per le imprese, fiscalità ridotta e premiale, associata a scelte di reinvestimento dei redditi e di miglioramento delle possibilità occupazionali; fisco e burocrazia meno gravosi per l’avvio di una nuova attività.
Si deve assolutamente far fronte al grave pericolo che l’Italia veda progressivamente trasferirsi all’estero produzioni nazionali. Paesi di frontiera, come Svizzera e Slovenia, offrono ai nostri imprenditori condizioni fiscali e burocratiche molto più vantaggiose, per l’avvio di una nuova attività o per il consolidamento della stessa. Se poi, a questo, si somma un costo minore della manodopera e, in generale, un minor costo del lavoro che l’imprenditore deve sopportare, diventa chiaro che il peso di queste delocalizzazioni rischia di penalizzare il Made in Italy. Che, di questo passo, sarà un marchio di fabbrica solo per il nome, ma non per il luogo di produzione. Per scongiurare tali conseguenze, Rete Imprese Italia chiede che il federalismo fiscale, con l’introduzione dei fabbisogni standard, eviti gli sprechi del sistema precedentemente imperniato sul criterio della spesa storica. E chiede, a gran voce, che il principio dello «Think Small First» (ovvero, pensare anzitutto in piccolo) possa essere recepito e dia corso ad una reale semplificazione amministrativa.
Altro punto fondamentale riguarda la valorizzazione del "produrre sul territorio". Il che non significa chiusura autarchica: include piuttosto la capacità di favorire, attraverso l’innovazione tecnologica e mediante attività di marketing, comunicazione, formazione ed information technology, l’incontro tra domanda di innovazione delle imprese e l’offerta dei soggetti specializzati nella consulenza che sostiene lo sviluppo aziendale. In poche parole, valorizzazione del proprio territorio. Accompagnata, poi, da ricadute positive soprattutto dal punto di vista occupazionale. Progetti validi per il Sud, che ha bisogno di queste sinergie positive in vista di uno sviluppo concreto, proprio perché (volendo ragionare in questi termini) il territorio dell’Italia meridionale – nel caso nostro, della Campania e della provincia di Salerno – è molto "produttivo". La confederazione ritiene, a ragion veduta, che l’azione delle Pmi e delle imprese diffuse venga sostenuta da interventi pluriennali che garantiscano stabilità. Si richiede, insomma, un sistema di governance unitaria, che, coordinando l’azione dello Stato e delle politiche regionali, permetta di dare attuazione allo statuto delle imprese.
Imprese che hanno bisogno di crescere con l’aiuto delle banche, con le agevolazioni per l’accesso al credito. Questa crescita, però, non deve essere indiscriminata, ma "ordinata", per evitare che sacche di illegalità contaminino settori del tessuto produttivo. E’ il problema storico del Mezzogiorno, dove politiche di riequilibrio territoriale devono intervenire in maniera capillare, per ridurre il gap tra Sud e Centro/Nord. Ma come recuperare il deficit di legalità? Senza dubbio, con una maggiore vigilanza, l’aumento della qualità dei servizi erogati, la riduzione del divario infrastrutturale, la gestione limpida dei fondi strutturali, l’incremento del livello degli investimenti. Molti imprenditori, infatti, decidono di non investire proprio a causa delle diverse forme di illegalità, che scoraggiano le iniziative ed alterano mercato e concorrenza. E poiché il tasso di partecipazione attiva al mercato del lavoro si attesta attorno al 57 per cento, Rete Imprese Italia individua nel potenziamento degli interventi per un lavoro attivo un fattore cruciale. Al Sud sicuramente si è investito sul capitale umano, ma trascurando la fase dell’inserimento lavorativo post-formazione. In sostanza: tanto accrescimento di conoscenze, poche possibilità di metterle in pratica. Frutto di asimmetrie consolidatesi nel tempo. Squilibri che determinano delle storture, tanto che le statistiche dicono che oltre il 40 per cento dei laureati occupa ruoli lavorativi sottodimensionati rispetto al proprio titolo di studio. Soluzioni? Allineare le competenze dei lavoratori con quelle richieste dalle imprese, puntando sull’apprendistato e sull’opportunità di formarsi nell’impresa, lavorando (ma non solo). Bisogna agevolare il dialogo tra imprese e lavoratori da una parte e le forze sindacali dall’altra, per fare in modo che anche in sede di contrattazione si possa rivendicare un maggiore scambio fra aumenti di produttività e redistribuzione dei risultati d’esercizio. In particolare, proprio con riferimento a tale aspetto, si propongono sgravi contributivi e detassazioni di alcune parti del salario – straordinario e premi di produzione – innalzando i massimali di redditi su cui applicarli e abbassando le aliquote.
Anche il contesto ambientale, inteso come immagine del territorio, costituisce un fattore di crescita. Il territorio va riqualificato. Servono processi di manutenzione diffusa, sotto la cui spinta possono innescarsi politiche turistiche. L’aspetto delle nostre città deve migliorare anche dal punto di vista del patrimonio edilizio. Il piano casa nasce proprio con queste finalità e gli incentivi su standard qualitativi, risparmio energetico e sicurezza concorrono a renderle effettive. Della serie che "anche l’occhio vuole la sua parte". E qui al Sud tra bellezze naturali, artistiche e paesaggistiche, quest’occhio ha molto da ammirare.

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