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Giovani, fuga dalle imprese (Alessandro Cioffi)

Under 30 in calo dell’11% (meno a Sud). Tra le cause, economia e burocrazia. In aumento gli immigrati

L’Italia rischia di perdere un’intera generazione di imprenditori. La crisi economica che colpisce il nostro paese non è tuttavia l’unico motivo per il quale i giovani italiani sono sempre meno propensi ad investire nell’impresa. C’è anche la forte competizione del contesto imprenditoriale a scoraggiare non poco quei giovani che, nonostante la volontà e l’idea di business, non hanno la forza finanziaria per realizzarla. In realtà questa tendenza è già iniziata nello scorso anno. Nei primi sei mesi del 2009 gli imprenditori italiani under 30 sono diminuiti dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2008 e addirittura del 27% rispetto al 2003. Altro dato preoccupante è la bassa percentuale di imprese a conduzione giovanile che operano in Italia: attualmente sono circa 600.000, pari al 6% del totale. Questi dati da soli delineano un progressivo invecchiamento della popolazione i cui effetti si riscontrano in ogni contesto. Molto spesso lo spazio decisionale è ancora nelle mani di persone anziane.
Nelle aziende la difficoltà a dar vita ad un sostanziale ricambio generazionale porta spesso i capostipiti più anziani a tenere le redini anche in età molto avanzata. Oltre ai pochi imprenditori giovani in circolazione, si rileva che gran parte delle imprese a conduzione giovanile (il 67%) è attiva nel campo dei servizi. I giovani presidiano poco i settori produttivi, in modo particolare quelli della chimica, della meccanica e i settori tessili in cui si rilevano cali superiori al 50 %.
La drastica diminuzione dell'imprenditoria giovanile, si registra nel passaggio tra il secondo semestre 2008 e il primo semestre 2009 in tutte le Regioni italiane, in un range compreso tra il 10% (Campania, Piemonte e Liguria) e il 12% (Lombardia, Emilia Romagna e Sardegna).
Tra i rischi più critici per il 2010 gli imprenditori mettono al primo posto l'allarme per il calo della domanda: per il 42,1% delle imprese, questa è l'incognita fondamentale. La graduatoria dei principali rischi economici e finanziari include anche i ritardi nei pagamenti e addirittura il blocco dei crediti verso i clienti; seguono il blocco delle linee di credito, l'aumento dei costi del capitale e di finanziamento e il blocco o cancellazione degli ordini e altri problemi derivanti dalla riduzione del mercato e della domanda. La percezione dei rischi è relativamente simile nei diversi settori, territori e tipologie d'impresa. L'impatto è più elevato per i giovani imprenditori che scontano una più bassa reputazione sul mercato.
Perchè accade tutto ciò?
La drastica diminuzione dell’imprenditoria giovanile è dovuta alla compresenza di fattori contestuali differenti.
L’eccesso di burocrazia è l’ostacolo maggiore alla creazione d’impresa. Molto spesso, infatti, sono i giovani che ereditano l’impresa di famiglia ad essere agevolati rispetto a tutti gli altri. Basti pensare che i giovani che dirigono un’impresa del settore primario o secondario hanno quasi sempre ereditato l’azienda; gli altri giovani preferiscono invece scegliere il settore dei servizi dove è più facile avviare un’attività imprenditoriale. Tale sistema non premia il merito ma la facilità e l’abilità nelle relazioni.
Altro aspetto che blocca la crescita dell’imprenditoria giovanile è dato dal clima di sfiducia e dal ritardo culturale del nostro paese. Bisognerebbe capire che chi vuol fare impresa non sta commettendo un errore, bensì vuole promuovere lo sviluppo del nostro territorio.
Tra i pochi aspetti positivi rilevati in Italia è la vitalità dell’imprenditoria giovanile del mezzogiorno rispetto al centro - nord. Nel sud Italia si concentrano le percentuali più elevate di imprenditori under 30:la Calabria sfiora l’8,2 %,
seguita dalla Campania (7,6 %) e dalla Sicilia (6,6 %).
Il pessimismo generale derivante dalla sovente diminuzione dell’imprenditoria giovanile è accompagnato da un segnale di speranza: gli imprenditori immigrati. Parliamo di tutti quegli stranieri che hanno iniziato coraggiosamente un’impresa nel nostro Paese. Sono 240.000 i titolari d’azienda stranieri registrati a Unioncamere. Essi sono quasi sempre giovani, istruiti, ambiziosi e dotati di grande volontà. Rivolgono principalmente la propria attività verso la comunità di appartenenza o comunque verso gli immigrati: phone center, internet point, cambiavalute, discoteche riservate alle comunità e minimarket. Molteplici sono gli esempi che testimoniano i “successi” degli immigrati nel nostro Paese.
L'ivoriano Kone Pegaboh Abel ha aperto Konekon, azienda specializzata nella lavorazione del ferro, di inferriate, cancelli, ringhiere.
Xu Qiu Lin è titolare di un'azienda di abbigliamento in pelle a Prato. Il giovane impresario cinese può affermare con orgoglio che i suoi capi hanno il marchio "made in Italy".
Ha invece sfondato nel campo del “lusso” la giovane stilista romena Elena Cristina Toma. Dopo sei anni d'esperienza nella prestigiosa maison Krizia, ha dato vita ad una linea tutta sua di accessori femminili.
Stiamo assistendo dunque ad un passaggio importante: alla tradizionale imprenditoria etnica, si sta sostituendo un concetto di impresa in senso globale. Secondo l'Istat, entro il 2030 l'Italia dovrebbe perdere oltre 4 milioni di persone in età lavorativa (tra i 20 e i 64 anni). Perdita compensata esclusivamente dai tre milioni di stranieri in più nella stessa fascia demografica.
Per salvare l’impresa italiana è indispensabile non bloccare tale processo ed è altrettanto indispensabile pensare ed attuare uno sviluppo economico stabile e duraturo basato sulla giustizia e sulla legalità.
Pari occasioni e opportunità, ammodernamento istituzionale possono cambiare l’economia del nostro Paese ed aiutare i giovani a rendere reali le proprie aspirazioni.
La sfida del prossimo futuro è proprio questa:
trasformare la volontà ed il coraggio in valore e forza economica!


Alessandro Cioffi - Economics
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