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I robot. Creano lavoro o disoccupazione? (Genoveffa Loria)

A volte un libro ben fatto e attuale può dar vita a dibattiti molto accesi e sentiti, ma che purtroppo, non potendosi basare su dati ampi e certi, non hanno soluzioni univoche. E' il caso di “Race Against the Machine” pubblicato nel 2011 da Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee. Esso pone l'accento su un tema molto interessante ma altrettanto controverso, il postumanesimo, ovvero il rapporto sempre più insidioso tra uomo e tecnologia. In particolar modo sono gli automi al centro delle discussioni e la domanda più ricorrente tra gli esperti è questa: “I robot e la tecnologia creano lavoro o disoccupazione?” Per Brynjolfsson e McAfee il problema sta nel fatto che ultimamente stiamo assistendo ad un progresso tecnologico troppo concentrato sugli aspetti dell'informatica. Non essendoci spazio per altri tipi di innovazione e nuovi tipi di produzioni si ha un aumento, quindi, della disoccupazione. Inoltre per i due studiosi la tecnologia causerebbe sopratutto la perdita di posti di lavoro non qualificati, dove non c'è un uso delle facoltà cognitive dell'uomo (ad esempio la catena di montaggio). Importanti a questo proposito sono le parole di Brynjolfsson:”«Le persone che cercano lavori in cui qualcuno gli spiega punto per punto quello che debbono fare, devono capire che questo tipo di impieghi è destinato a scomparire. Per un motivo molto semplice: se è possibile spiegare in maniera così dettagliata un compito, allora è anche possibile scrivere un software che faccia le stesse cose». Altri studiosi, al contrario, affermano che grazie alla automazione si elimina il lavoro di bassa qualità e si genera manodopera di competenze ad alto valore aggiunto. Per ora, il vero problema nasce dal fatto che le persone estromesse dal mondo del lavoro tradizionale (ad esempio gli operai) non possono essere riqualificate. Una prima soluzione per combattere la “disoccupazione tecnologica” sembrerebbe essere quella dell’aumento del grado di istruzione della popolazione, ma non basta. Gli automi, infatti, con il passare del tempo riescono a svolgere mansioni sempre più complicate. E a parità di competenze non c'è sfida con l'uomo, in quanto il loro lavoro risulta molto meno oneroso per le aziende. Ad oggi non sono ancora state proposte soluzioni efficaci ma si auspica che queste arrivino in fretta in quanto tali problematiche sono molto più attuali e pressanti di quanto si pensa. A questo proposito destano un sussulto alcune stime come quella secondo la quale in Europa, dal 2008 al giugno 2012 sono svaniti 7,6 milioni di posti di lavoro. Nonostante questa consistente perdita di manodopera, in tale lasso di tempo le aziende sono riuscite ad aumentare sia la produzione che il ricavato. Ciò è stato reso possibile proprio dall'adozione di automi che svolgono il lavoro di chi era stato licenziato. Tutto bene per le imprese, anzi ottimo. Ma come verranno riassorbiti nel mondo del lavoro quegli operai licenziati per far spazio ai robot? Domanda difficile soprattutto se si tiene conto che anche le operazioni di "riqualificazione" dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, pur sostenute da sindacati e finanziate da molti governi, hanno avuto risultati assai modesti, sia in Italia che all'estero. Negli Stati Uniti d'America, ad esempio, meno del 20% di coloro che hanno frequentato un programma di riaddestramento ha trovato un nuovo posto di lavoro a un salario pari almeno all'80% di quello che percepiva in precedenza.

Genoveffa Loria
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